Lui & Lei
Primo corso tantra 2008 Milano
cazzobonsai69
23.10.2025 |
850 |
1
"Vuoi esplorare con me?”
Il suo sguardo si fece più intenso, meno spaventato..."
IL MIO PRIMO CORSO DI TANTRA. STORIA VERADICEMBRE 2008 MILANO
Il biglietto da visita era di carta pesante, pergamenata, con un elegante logo in rilievo. "Club XXXXXXX. Milano. Una serata di esplorazione tantrica. La sua esperienza è stata gentilmente richiesta." Lo conservai in tasca, il cuore che batteva un po' più forte del solito. A cinquantatré anni, robusto, con una vita di esperienze discrete ma mai così… esplicite, mi chiedevo cosa avrebbero pensato di me. Soprattutto, di quello che la natura, non particolarmente generosa, mi aveva concesso.
La villa in zona San Siro era un cubo di luce e vetro incastonato in un giardino privato. Un maggiordomo impassibile mi guidò attraverso un ingresso monumentale fino a un salone immenso, il pavimento riscaldato, illuminato da luci soffuse e profumato d'incenso e ylang-ylang.
Una decina di persone, tutti sulla mia età o poco più, conversavano a bassa voce. Uomini in eleganti vestaglie, donne in seta e chiffon. Sguardi curiosi, non imbarazzati. Sorrisi complicati. Ero l'esperto, il conduttore. Dovevo farmi coraggio.
Mi presentai. "Marco. Sarò la vostra guida stasera." Le presentazioni furono un fluire di nomi eleganti: Beatrice, Giorgio, Elena, Federico, Chiara… Corpi maturi, sicuri, che non avevano più nulla da dimostrare se non il piacere di esplorare.
Spiegai i principi base: il massaggio yoni per le donne, lingam per gli uomini. Non una prestazione, ma un'offerta di piacere consapevole, un dono reciproco. "Lasciatevi guidare dalle sensazioni, dal respiro. Il consenso è sacro, ogni tocco può essere accolto o gentilmente rifiutato."
Le coppie iniziarono a formarsi con naturalezza, come un ballo silenzioso. Vidi Beatrice, una donna dai capelli argento e gli occhi chiari, avvicinarsi a Giorgio, massiccio e con le mani larghe. Elena, sinuosa in un kimono rosso, prese per mano un Federico sorprendentemente timido.
Io rimasi un po' in disparte, osservando, correggendo un movimento, sussurrando un suggerimento. Il calore nel salone saliva. I primi sospiri. Il lieve scricchiolio della seta che veniva aperta. L'odore dei corpi si univa a quello degli oli, più denso, più animale.
Fu allora che Chiara mi si avvicinò. Bionda, curve generose che la sua vestaglia cena appena tratteneva. I suoi occhi erano due pozzi di curiosità maliziosa.
"E tu, Marco? Chi si prende cura del conduttore?" mi sussurrò all'orecchio, la voce un graffio di velluto. La mia mano, che reggeva una bottiglia di olio, tremò lievemente.
"Il mio ruolo è assicurarmi che tutto proceda al meglio," dissi, cercando una professionalità che sentivo sgretolarsi.
"Ma anche il conduttore ha bisogno di connettersi," insisté lei, la sua mano posandosi sul mio avambraccio. "Non è forse la prima regola del tantra? Lo scambio energetico?"
Mi condusse su un futon libero in un angolo più appartato. Il mio cuore era un tamburo. Ecco, vedrà. Vedrà e forse si tirerà indietro, con gentile disprezzo. Mi stesi prono, il volto nascosto nell'incavo del braccio, aspettandomi il suo disgusto quando avrebbe slacciato la mia vestaglia.
Invece, le sue mani furono ferme, sicure. Versò l'olio caldo sulla mia schiena e iniziò a massaggiare con una competenza che spezzò ogni mia resistenza. I muscoli tesi si sciolsero sotto le sue dita. Dio, come sa fare. Scendeva lungo i fianchi, risaliva lungo la colonna. ogni movimento era una promessa.
Poi, sentii la stoffa della mia vestaglia che si apriva. L'aria fresca sulla pelle nuda della parte bassa della schiena, sulle natiche. Trattenni il respiro. Il suo tocco si fece più lieve, più esplorativo. Scendeva lungo il solco tra i glutei, lenta, deliberata. Un fremito mi percorse.
Si fermò. "Giri."
La guardai. I suoi occhi erano scuri, pieni di intesa. Non c'era traccia di sorpresa o delusione nel suo sguardo. Solo desiderio concentrato. Mi girai, esponendomi completamente a lei, la mia piccola vergogna totalmente in vista, già tutt'altro che vergognosa sotto il suo sguardo intenso.
"È bellissimo," mormorò, e non era una gentilezza. Era una constatazione piena di awe. "Così sensibile, così… tutto per me."
Si chinò e la sua bocca, calda e umida, mi avvolse completamente in un solo, lento, abissale movimento. Dio. La mia testa rotolò all'indietro, un gemito strozzato mi sfuggì. Le sue labbra, la sua lingua, erano una sinfonia di abilità. Non succhiava con foga, ma assaggiava. Esplorava ogni millimetro con una lentezza estenuante, adorante.
Le mie mani si affondarono nei suoi capelli, non per guidarla, ma per ancorarmi a un mondo che stava sfuggendo di senso. Ogni nerve ending nel mio corpo urlava concentrandosi là, in quel punto dove lei regnava sovrana. Non importano le dimensioni, quando il tocco è così totalizzante, pensai in un delirio di piacere. Lei lo stava trattando come la cosa più preziosa, più desiderabile sulla faccia della terra.
Alzò lo sguardo, le labbra lucide. "Vuoi vedere?" sussurrò.
Annuii, senza fiato. Si sistemò sopra di me, inondandomi del suo profumo, il calore del suo corpo che era un forno. Si sollevò su ginocchia, la vestaglia ormai aperta che mi incorniciava il viso con la sua seta. E allora vidi. Vidi il suo yoni, bagnato e gonfio, scendere verso di me come un’offerta suprema.
Era bellissimo. Le pieghe lucide, il clitoride prominente che pulsava. Mi ci portò direttamente sulle labbra. Non devi fare nulla, aveva detto lei. Lascia che sia. E io obbedii. Lasciai che la mia bocca si aprisse, che la mia lingua emergesse per incontrare quel calore, quel sapore salato-dolce che era puro lei.
Gemette, una vibrazione che mi attraversò tutto. Iniziai a leccare, lentamente, copiando il ritmo che lei aveva usato con me. Cerchi lenti sulla sua punta, poi su e giù lungo la sua fessura, bevendo la sua essenza. Le sue mani si serrarono sulle mie spalle, le sue anche iniziarono a muoversi con un ritmo piccolo e precipitoso. Il salone intorno a noi era un coro di respiri affannati, gemiti soffocati, ma per me esisteva solo questo, solo il suo sapore, il suo peso sulla mia bocca, i suoi piccoli urletti strozzati.
La sentii irrigidirsi, un arco perfetto sopra di me. "Sto… Marco, sto…" Il suo grido fu soffocato dal rumore di un'altra coppia che raggiungeva l'apice poco distante. Il suo orgasmo mi inondò la bocca, un fiume caldo e pulsante, e io lo bevvi avidamente, mentre le mie anche si sollevavano incontrollate, cercando il suo calore, sfregandomi contro il suo pube mentre la mia eccitazione esplodeva in un silenzio.
Il respiro affannato di Chiara si era appena placato sul mio petto quando un movimento incerto attirò la mia attenzione. Federico, l’uomo timido che avevo notato all’inizio, mi fissava da pochi metri di distanza. Le sue dita si torcevano intorno all’orlo della sua vestaglia, e i suoi occhi, grandi e espressivi, trasmettevano un bisogno muto, un’implorazione che andava oltre le parole. La sua timidezza era un muro, e lui cercava qualcuno che lo aiutasse a superarlo.
Con un ultimo sguardo di intesa a Chiara, che mi ricambiò con un sorriso complice e satollo, mi alzai. Il mio corpo era ancora elettrico, la pelle iperestesizzata da ogni minuscola corrente d’aria. Mi avvicinai a Federico con un’andatura calma, la mia vestaglia legata morbidamente in vita.
“Tutto bene, Federico?” chiesi, mantenendo la voce un sussurro per non invadere lo spazio sacro che stava creandosi intorno alle altre coppie.
Lui scosse la testa, non in segno di negazione, ma come per scrollarsi di dosso un peso. “Non so da che parte iniziare,” ammise, la voce così bassa che dovetti avvicinare l’orecchio. “Voglio… voglio provare. Ma ho paura di deludere.”
Come ti capisco, amico mio. Il ricordo della mia stessa ansia, che Chiara aveva miracolosamente sciolto, era ancora fresco. “La paura è il miglior condimento per il piacere, Federico,” dissi, posandogli una mano sulla spalla. Sentii il suo muscolo contrarsi sotto il mio tocco, poi rilassarsi lentamente. “Ti permette di apprezzare ogni singola sensazione. Non si tratta di performance. Si tratta di esplorazione. Vuoi esplorare con me?”
Il suo sguardo si fece più intenso, meno spaventato. Annuì, una breve e decisa inclinazione del capo.
Lo condussi in un angolo leggermente rialzato della stanza, dove un ampio futon sembrava aspettarci. L’aria era satura dei gemiti soffocati di Beatrice, che Giorgio massaggiava con una devozione primordiale, e del respiro calmo e controllato di Elena. Il rituale continuava intorno a noi, un fiume di piacere in piena.
“Sdraiati,” indicai, la mia voce che ritrovava il tono da guida, ma arricchita da una nuova, vibrante sicurezza. La sicurezza che mi ha dato Chiara.
Federico obbedì, distendendosi sulla stoffa morbida. I suoi occhi erano chiusi, le palpebre tremolanti. Presi la bottiglia di olio di sandalo, versandone una piccola quantità nel palmo delle mie mani, strofinandole per scaldarlo. Il profumo, caldo e legnoso, si mescolò a quello già presente nella stanza.
Iniziai dalla sua spalla. Le mie dita, ora incredibilmente sicure, trovarono la tensione annidata nella sua carne e iniziarono a lavorarla. Non è così diverso da massaggiare un muscolo contratto, pensai. È solo una questione di ascolto. Lui emise un gemito basso, un suono di pura sorpresa, quando il mio pollice trovò un nodo particolarmente resistente.
“Lascia andare,” sussurrai, spostandomi lungo il suo braccio. “Il tuo corpo sa cosa fare. Devi solo dargli il permesso.”
Scendevo lungo i suoi fianchi, sentendo il suo respiro farsi più profondo, più regolare. La mia mano scivolò sulla sua coscia interna, e lui trasalì, un piccolo sobbalzo involontario. Mi fermai, mantenendo il contatto senza pressione.
“Va tutto bene,” mormorai. “Il consenso è sacro. Dimmi solo se vuoi che continui.”
“Sì,” fu un soffio. “Per favore. Continua.”
Quelle parole, così semplici, così piene di fiducia, innescarono qualcosa in me. Un senso di potere, ma non nel senso comune del termine. Non era un potere su di lui, ma un potere per lui. Ero il custode della sua liberazione. La mia vestaglia ormai era aperta, e il mio corpo, ancora eccitato dall’incontro con Chiara, rispondeva a questa nuova dinamica.
Le mie dita risalirono lungo la sua coscia interna, sfiorando il tessuto della sua vestaglia che copriva il suo inguine. Sentii la forma del suo pene, già semiduro, sotto il tessuto. Con movimenti deliberatamente lenti, slacciai il nodo della sua cintura. La stoffa si aprì, rivelando il suo corpo. Era magro, esile, ma il suo sex era sorprendentemente pieno, disteso sul suo ventre in un’espressione di attesa vulnerabile.
Versai un filo d’olio direttamente sulla sua base, osservando il suo stomaco contarsi per il brivido improvviso. Non ha niente a che vedere con la mia piccolezza, pensai con un assoluto, nuovo distacco. È semplicemente il suo. Unico. E tutto mio, in questo momento.
La mia mano sinistra si posò sul suo ventre, per ancorarlo, per rassicurarlo. La mia destra iniziò a stringersi lentamente attorno a lui. Non una presa decisa, ma un abbraccio di olio caldo e pelle. Lui ansimò, le anche si sollevarono di scatto dal futon.
“Respira,” gli ordinai, la mia voce un po’ più roca. “Sentilo scivolare tra le mie dita. Sentiti scivolare dentro di te.”
Iniziai a muovere la mano. Su e giù. Una corsa lunga e inesorabile dal basso verso l’alto. La mia attenzione era totale, assoluta. Studiavo ogni suo respiro, ogni suo minimo sussulto, ogni piccolo gemito che gli usciva dalle labbra serrate. Vedevo il piacere crescere in lui come un’onda lenta e potente. Sto facendo questo. Io, con le mie mani, la mia esperienza, la mia nuova sicurezza.
Il mio tocco si fece più fermo, più ritmato. Usai il pollice per strofinare lentamente il suo frenulo, un piccolo, delicato movimento circolare che lo fece urlare, un suono strozzato e liberatorio.
“Marco, io… non resisterò a lungo,” gemette, la voce rotta dal piacere.
“Non devi resistere,” dissi, accelerando impercettibilmente il ritmo. La mia eccitazione era una fiamma parallela alla sua. “Devi esplodere. Lascia che vada. Dai il tuo piacere a questa stanza. È un dono.”
Le sue mani si aggrapparono alla stoffa del futon, le nocche bianche. Il suo corpo divenne un arco teso, ogni muscolo in fibrillazione. I suoi occhi si spalancarono, fissando il soffitto senza vedere. Sta guardando il piacere stesso, capii.
Con un ultimo, profondo respiro da parte mia, feci scivolare la mia mano fino alla punta, strizzandola leggermente proprio nel momento in cui il suo orgasmo esplodeva. Uno, due, tre scatti potenti tra le mie dita, mentre un suono gutturale, primordiale, gli usciva dalla gola. Il suo seme, caldo e viscoso, schizzò sul suo ventre e mi macchiò la mano.
Mi fermai, mantenendo la presa mentre le ultime contrazioni lo scuotevano. Il suo corpo si abbandonò, completamente molle, un respiro profondo e tremante che sembrava venire dalle profondità della terra. I suoi occhi si chiusero, e un sorriso di assoluta, beatissima pace gli illuminò il volto.
Rimasi in silenzio, la mia mano ancora appoggiata su di lui, sentendo il battito frenetico del suo cuore rallentare sotto il palmo. Guardai il mio olio e il suo sperma mischiarsi sulla mia pelle. Non era sporco. Era la prova tangibile del potere che avevo appena esercitato. Un potere dolce, accudente, trasformativo.
Poi, sentii uno sguardo addosso. Alzai gli occhi.
Dall’altro lato della stanza, Beatrice mi fissava. La donna elegante dai capelli argento non stava più ricevendo il massaggio. Era seduta, la vestaglia aperta che rivelava i suoi seni maturi e magnifici, e gli occhi chiari, quegli occhi invitanti, erano puntati su di me con un’intensità che mi fece mancare il fiato. Non era curiosità. Era fame. Un’ammirazione carnale e diretta. Il suo sguardo scendeva sulla mia mano, poi risaliva lungo il mio braccio, per incontrare di nuovo i miei occhi. Le sue labbra si aprirono leggermente, la punta della lingua le inumidì. Un’invito muto, potentissimo....
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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